Parla lo scrittore Yeshilöz: le "possibilità" del suo popolo nelle trame narrative

Noi curdi in fuga nella terra del tramonto

di Gianni Santamaria, AVVENIRE

"La nostra letteratura si è sviluppata in esilio. Ammiro Kemal: fa vivere un mosaico di culture."

"L'emigrazione, la lotta armata o la collaborazione con lo Stato è quanto resta a chi non ha diritto a un'identità ed è disperso o oppresso. Io spero che sceglieremo la discussione politica e la ragionevolezza."

Fate e i suoi bambini, su un camion, si lasciano alle spalle il Bosforo e il cartello con la scritta "Beato chi può dire di essere turco". Destinazione: Germania. L'Occidente, l'Abendland, la terra del tramonto. E' la scena finale del romanzo di Yusuf Yeshilöz, Verso il tramonto (Tranchida) che a metà marzo sarà in libreria. "L'emigrazione per i curdi è una delle poche possibilità insieme alla lotta armata e alla collaborazione con lo Stato", ci ha detto l'autore, in questi giorni a Milano per presentare il volume.

Dietro di sé Fate – personaggio narrativo in cui si rispecchiano i fuggiaschi in carne ed ossa che arrivano anche sulle nostre coste – lascia il suo villaggio presso l'Eufrate, su cui un presidio militare turco detta legge insieme al "signorotto" del luogo, Beko, per il quale Haso fa il pastore. Un villaggio raccontato nelle sue storie quotidiane e nella sua violenza (il pastore viene torturato, Fate imprigionata), e nel quale anche ai neonati iene imposto un nome turco. "Il fatto che Haso debba andare in montagna mostra la politica della Turchia, che non lascia ai curdi altra platea di discussione che la lotta armata", prosegue il 34enne scrittore, traduttore ed editore, che ha forzatamente abbandonato il Kurdistan nel 1987 per la Svizzera, dove Verso il tramonto è stato giudicato dall'associazione dei librai migliore opera del 1998.

Cosa significa essere uno scrittore in una lingua proibita?

"La mia letteratura è, per così dire, una letteratura dell'esilio. Infatti per la proibizione di pubblicare scritti in curdo (e di parlare la lingua in pubblico) una letteratura ha potuto svilupparsi solo in esilio. Io penso in curdo e scrivo in tedesco. Naturalmente ciò rende difficile esprimere miti, tradizioni e abitudini".

Nel suo stile si nota l'influsso della letteratura orale.

"Ho sempre cercato di fare in modo che il mio stile di scrittura vi poggiasse. Nel mio villaggio fino al 1980, avevo 16 anni, non c'erano elettricità e televisione. La sera uomini e donne si incontravano per raccontarsi episodi del passato. E io mi sono basato su questi racconti".

Nella letteratura della diaspora ci sono autori che scrivono in curdo?

"Sì, soprattutto in Svezia. Ma anche loro hanno sviluppato la lingua letteraria in esilio. Comunque è una tendenza che aumenta. Il movimento nazionale dopo gli anni Ottanta ha avuto anche un influsso sulla cultura. In Svizzera nel 1992 ho messo su una libreria e ho trovato solo 21 titoli in curdo. Anche perché alcuni non li ho potuti reperire. Ma nel 1995 sono diventati 300. Questo perché con il crescere del movimento nazionale ognuno si è sentito in dovere di fare qualcosa. Ciò si è verificato anche tra i letterati".

Quali autori, suoi connazionali o stranieri, l'hanno più influenzata?

"Tra i grandi autori che ho letto in gioventù: Gorkij, Tolstoj e altri russi. Il kirghiso Aitmathov che descrive molto bene la vita del suo popolo. Io sono poi un entusiasta di Yashar Kemal. In Anatolia c'è il monte Ararat. Vi vivono armeni, curdi, caucasici. Per me Kemal è un secondo monte Ararat. Nelle sue opere, la cosa fondamentale è che lui lascia vivere questo mosaico di culture".

In Turchia esiste un movimento "sotterraneo" per la promozione della cultura curda? Penso non solo alla letteratura, ma anche a musica, teatro.

"A Istanbul c'è, per esempio, un istituto, l'Mkm, che si batte per questo. Conosco la presidente, ed è stata condannata a una lunga pena detentiva a causa del suo impegno. Io penso che non appena l'identità culturale curda in Turchia (a prescindere da quella politica) sarà libera, si assisterà a un grande sviluppo. Lo vedo dall'inizio degli anni '90. Da una ventina d'anni c'è una letteratura, ma ora i curdi cominciano a muoversi anche nel campo del cinema (dove il regista Yilmaz Güney è diventato famoso vincendo la Palma d'oro nell'82 a Cannes, ndr), dell'opera e del teatro. E lo sviluppo dipende da come potranno avere libertà culturale e possibilità di esprimersi. Se un libro non può arrivare al lettore il cerchio non si chiude. In Occidente vengono fatte le presentazioni dei libri, e l'autore ne discorre sorseggiando un bicchiere di vino. Gli scrittori curdi fanno i loro vernissange in galera".

Anche lei ci è finito, perché, e cosa può dire di quell'esperienza?

"Io ho pubblicato un libro, uno studio letterario, quindi nulla che avesse a che fare con la politica e la violenza. Sono stato condannato a sei mesi per una frase: 'Siccome i curdi vivono in cinque Paesi, la loro letteratura ne ha risentito negativamente per il suo sviluppo'. Ma io non posso certo leggere un libro di un curdo iracheno, perché scrive in alfabeto arabo. Io in caratteri latini. I curdi ex-sovietici in cirillico. Gli iraniani in persiano. E questi mi sembrano dati di fatto, che non hanno niente a che vedere con politica e ideologia. Eppure non è stato tollerato. Nel carcere di Ankara c'eravamo da una parte io, scrittore e editore, dall'altra i parlamentari Leyla Zana e i suoi colleghi arrestati nel 1994, da un altro lato giornalisti, da un altro ancora i combattenti. Questo mostra come i turchi abbiano destinato ai curdi, impegnati in qualunque modo per la propria identità, solo la prigione".

Cosa si può fare in Occidente per evitare che i curdi che vivono tra noi siano visti solo come un potenziale pericolo?

"In Europa occidentale ho fatto l'esperienza che se i curdi raccontano la propria vita di tutti i giorni riescono a suscitare simpatia. Ci si dice: allora sono un popolo, hanno una cultura viva, che viene, però, oppressa. Il pericolo che vedo è che qui il problema di un popolo minacciato nella sua esistenza venga ridotto alla presa di un paio di ostaggi. Noi abbiamo un proverbio: uno ha paura che la sua casa bruci, l'altro di averci lasciato un piatto. In Occidente, soprattutto in Svizzera e Germania, ci si preoccupa per qualche vetro rotto, ma non si vuole mettere in primo piano il fatto che un popolo di 40 milioni di persone e la sua cultura sono minacciati".

Il caso Ocalan e i disordini seguiti al suo arresto, secondo lei, stanno portando più benefici o danni alla causa curda?

"L'arresto di Ocalan ha scioccato i curdi. Quello che vedo di positivo è l'inizio di un'unità nel popolo. Il fatto che abbiano protestato a Berlino, Parigi, Roma, in Iran, Iraq e in Turchia. Resta aperta la domanda su come i curdi mobiliteranno le loro forze: per disordini o per una discussione politica? Si deve arrivare alla ragionevolezza e fare politica a partire da essa".


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