Yusuf Yeshilöz

Verso il tramonto

(tit. or. Reise in die Abenddämmerung)

Traduzione di Claudia Zonghetti

1a ed. in "Le Piramidi" (47), 1999

Libro dell'anno dell'Associazione Librai Svizzeri

Prix Littéraire Lipp

Haso e Fate sono marito e moglie e hanno due figli. Haso fa il pastore, e un giorno si trova a dividere pane e companatico con dei ribelli curdi rifugiatisi sulle montagne per sfuggire ai soldati turchi. Il suo gesto non sfugge alle guardie del paese, che lo convocano e lo malmenano. A nulla valgono le rimostranze dell'aga per cui Haso lavora, che tenta di spiegare che le azioni di Haso non erano dettate dalla comunanza di ideali sovversivi, quanto da puro senso dell'ospitalità. Dopo lunghe torture Haso viene rilasciato e torna a casa, ma di lì a poco prende la sua decisione: andrà sulle montagne e si unirà ai ribelli. Da questo momento Haso sparisce, e al centro dell'attenzione si sposta Fate, la moglie. Le ire dei soldati si riversano allora su di lei, che viene convocata e interrogata e ancora convocata e maltrattata. A questo punto è il padre di Haso che decide che la donna non avrà mai pace e che l'unica soluzione è farla partire per la Germania, dove degli amici si prenderanno cura di lei e dei suoi figli. È lui che si adopera a tal proposito e con l'aiuto di un amico riesce nell'intento: la nuora e i nipotini partono verso Occidente, verso la terra dove tramonta il sole.

Verso il tramonto ci trasporta nella serenità primigenia di un libro sacro: pecore e capre che pascolano, fonti cristalline, pastori che sorvegliano gli armenti al riparo di alberi fronzuti, bambini che giocano. Il ritmo cadenzato ma placido della vita di campagna determina anche quello della scrittura, di una chiarezza quasi biblica. E qui si inserisce l'elemento di disturbo: in un primissimo momento è lo Stato che, nella persona di un funzionario dell'anagrafe, obbliga Haso a cambiare i nomi curdi dei suoi figli in più "regolari" nomi turchi; poi tocca ai ribelli, mai manifesti, sempre citati, che insinuano qualche dubbio nel pastore, che però ritorna sempre nella quiete della sua casa e della sua vita; poi sono i soldati che si introducono con sempre maggior insistenza tra le righe, dapprima come presenza incombente, poi come elementi scardinanti della pace, come segni della violenza gratuita che si abbatte sul villaggio. L'altalena tra serenità e angoscia, limpidezza e nuvole si fa sempre più incalzante, finché è la tristezza a vincere, pur lasciando una flebile speranza di un ritorno in un paese riconquistato, dove poter prendersi cura delle tombe degli avi.

Molto efficace è anche l'insistenza sulle diversità della lingua: Fate non conosce la lingua dei soldati e il capo dei soldati non capisce la lingua di Fate: tra i due mondi non c'è contatto se non nella forza bruta dell'uno sull'altro. E altrettanto efficace è che nelle ultime pagine l'anziano suocero di Fate chieda lumi sulla sorte dei curdi nella grande città, Istanbul, a un ragazzino che incontra in stazione: le risposte che ottiene escono dalla bocca di chi non ha pregiudizi di sorta e dunque non lasciano spazio al dubbio.


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