La forza della parola

La potenza della letteratura contro chi vuole mettere a tacere la lingua di un popolo. Così negli stessi giorni in cui la giustizia turca manda a morte Abdullah Ocalan esce in Italia Verso il tramonto, storia e testimonianza del curdo Yeshilöz

di Alessandra Orsi, AMICA

L'Italia, come la Grecia, è tra i pochi Paesi europei che gli ricordano la terra d'origine. E la nostalgia, per chi vive in esilio, è un sentimento cui non si cerca di sfuggire.

Così, l'uscita estiva del romanzo Verso il tramonto ha portato Yusuf Yeshilöz a trascorrere una breve vacanza in un campeggio sul litorale toscano. Ma ora che è rientrato nella sua patria di adozione, la più fredda Svizzera, lo scrittore curdo è di nuovo costretto a guardare con apprensione a quanto sta avvenendo in Turchia dopo la condanna a morte di Abdullah Ocalan. "La situazione potrebbe precipitare da un momento all'altro e questi ultimi mesi hanno dimostrato, se mai ce ne fosse stato bisogno, che l'attuale governo non vuole cogliere la possibilità di una mediazione politica. Speravo che la Comunità europea decidesse di avere un ruolo più da protagonista. Ma già la riconsegna di Ocalan alle autorità turche è stata per tutti una doccia fredda". E la condanna ha dimostrato quanto i timori fossero fondati. Yeshilöz non si riconosce nel Pkk, il partito di cui è leader Abdullah "Apo" Ocalan, ma fin da giovanissimo s'è impegnato per il suo polo e, a seguito di questa pericolosa attività politica, è fuggito in Svizzera a 23 anni. Era il 1987 e da allora è riuscito a farvi ritorno solo per brevi visite ai genitori, che ancora vivono presso Ankara, ma durante uno di questi soggiorni Yeshilöz è stato arrestato e sono stati proprio i parenti, alla fine, a pregarlo di andarsene. "E' un dolore grandissimo quando un padre e una madre sono costretti a dire al proprio figlio 'ti prego, vattene'".

Da quel momento ho imparato a vivere in esilio solo tenendo fede all'idea di tornare. Vivo per loro, per la mia patria, almeno quanto loro vivono per me". L'emigrazione oggi non è quella dettata dai bisogni economici che molti Paesi, Turchia compresa, hanno conosciuto nel dopoguerra e per tutti gli anni Sessanta. "Da oltre un ventennio, da quando la situazione si è inasprita, quella del mio popolo è solo un'emigrazione politica, un viaggio nell'incertezza". Un viaggio nell'incertezza è quello di chi parte "verso il tramonto", come recita il titolo del romanzo ora pubblicato in italiano da Tranchida, editore che da anni pubblica anche le opere di Yashar Kemal, uno dei maggiori scrittori curdi viventi. Un viaggio entrato nella memoria letteraria di questo secolo in cui intellettuali e artisti hanno intrapreso la via della fuga, oltre che per fuggire le persecuzioni, anche per poter usare la parola come arma per combattere chi li voleva mettere a tacere per sempre. Ascoltando Yeshilöz, il significato questa lontananza permea ogni frase e appare chiaro che gli esiliati possono essere una finestra su un mondo di cui ben poco sappiamo. Molto, invece, si può capire leggendo la storia di Haso e della moglie Fate, due contadini che vivono tranquilli nel villaggio di Caldiran, sulle rive dell'Eufrate, finché non arriva l'esercito turco. Il suo compito è "sorvegliare e punire" chiunque dimostri di appoggiare il "terrorismo", come viene sbrigativamente definita la lotta di un popolo che conta oggi dai 18 ai 20 milioni di abitanti all'interno della sola Turchia e i cui diritti sono sistematicamente negati per legge.

"Quando Haso andò all'ufficio per registrare la figlia Hevi, Speranza, l'impiegato calvo con la divisa blu slavata e la cravatta arancione sbiadita montò su tutte le furie. (...) Poi, a voce più bassa, aggiunse che ce l'aveva lui un bel nome. Haso doveva chiamare la figlia Esin, Brezza del mattino, e doveva farlo anche a casa, in paese (...) Dunque il primo giorno di scuola Hevi dovette abituarsi non solo a una lingua per lei straniera, ma anche a un nuovo nome". Episodio che evidenzia la politica di espropriazione totale attuata dal governo turco, addirittura vietando di esprimersi nella propria lingua, come a voler sradicare il cuore stesso dell'identità. "E' chiaro che la nostra lingua non può evolversi senza un linguaggio che la esprima. Ed è anche uno dei motivi per cui, negli ultimi anni, un numero sempre maggiore di persone è entrato in clandestinità e si è unito alla lotta del "popolo delle montagne". Per lo stesso motivo molti di loro sono finiti in prigione, in seguito a processi sommari e con poche speranze di uscirne e altri, infine, hanno scelto la via dell'esilio. Segno che è in atto una ribellione molto forte e questa politica di assimilazione totale e il fatto che oggi il governo sia di destra e ultranazionalista non fa che aggravare questo stato di cose". Il romanzo è ambientato in un mondo rurale, dove maggiore risulta il contrasto tra il ritmo di vita degli abitanti e l'intrusione di un'ideologia che cerca di spezzare tutti i legami, anche i più intimi, tra padri e figli, mariti e mogli. Come nell'episodio dell'arresto di Ahmed, figlio prediletto del contadino più ricco che lo aveva fatto studiare riponendo in lui grandi aspettative.

E mentre la madre si danna l'anima per il figlio sottrattole da una condanna a morte, poi tramutata in trentasei anni di prigione, Beko, il padre, vive nel risentimento e tenta, invano, di corrompere i funzionari di cui, diversamente dal figlio, è diventato amico. Beko è uno di coloro che hanno deciso – credendoci o meno, è difficile dirlo – di accettare la politica del governo. Che, come ogni governo dispotico, promette generici miglioramenti in cambio di fedeltà. "La politica della divisione, anche quella della deportazione, ha avuto un discreto successo, almeno per alcuni anni, e oggi in molte metropoli turche vivono migliaia di curdi che hanno scelto di accettare la negazione della propria identità.

"Ma non può essere questa la soluzione, non quando i diritti della maggior parte di noi sono violati col sangue. Il governo nega ufficialmente l'esistenza stessa di una 'questione curda' e sfrutta ogni occasione per definire 'terrorismo' tutto quello che riguarda il nostro popolo. Credo che molta gente in Turchia non sia nemmeno al corrente di quello che avviene, anche perché non c'è un solo organo di stampa che faccia una corretta informazione. E per il resto, basta guardare il numero di intellettuali perseguitati, incarcerati o uccisi, i cui libri sono banditi sistematicamente". Nel libro, l'adesione di Ahmed prima e di Haso poi alla lotta "sulle montagne" viene descritta come un atto spontaneo di solidarietà umana prima ancora che politica. "Una caratteristica del movimento curdo, specialmente all'inizio.

Basti pensare che, quando è stato fondato il Pkk, venticinque anni fa, vi parteciparono circa 200 persone e oggi gli aderenti sono oltre ventimila. Naturalmente questo è anche un problema, perché la lotta di liberazione finora è stata una guerriglia, con scarso o nullo lavoro diplomatico. Sarebbe ora che si trovasse una via per sostenere la causa anche a livello internazionale, come è avvenuto per l'Irlanda, per esempio. Anche perché i Curdi hanno a che fare con tre degli eserciti più forti del Medio Oriente, l'iracheno, il turco e l'iraniano, e la strada militare è un suicidio". Fatto, questo, che pone continuamente una questione di rappresentanza e legittimità, come si è visto anche nel caso di Ocalan. "Certamente! Ma come è possibile arrivare a una legittimazione, quando qualsiasi formazione politica è considerata illegale?" Eppure, la convivenza al di fuori del Kurdistan di Turchi e Curdi – evidente in Germania, per esempio – dimostra che il conflitto è oggetto di una strumentalizzazione fortissima del governo turco, che cerca di alimentare l'odio. "L'odio è strumentale alla strategia di negazione della realtà ed è per questo che molto si può fare sul piano dell'informazione.

"Anche i libri servono, a informare, a far capire che un popolo è in lotta per difendere innanzitutto i propri diritti fondamentali, come il mantenimento della propria identità, che attualmente è negata in tutti e tre i Paesi, così che spesso non siamo in grado nemmeno di capirci tra noi. Io, per esempio, non posso leggere quello che scrive un curdo iracheno, perché non conosco l'alfabeto arabo, e anche molti curdi della Turchia parlano tra loro in turco perché non capiscono i reciproci dialetti". E se non si troverà una via pacifica, non resterà che l'esilio a segnare ancora il destino di molti di loro, con apprensione, tristezza ma non rassegnazione. Come si legge nel romanzo: "Avevano ancora molti confini davanti a loro, ma erano felici di essersi lasciati alle spalle il più importante".


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